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Soldi e spiritualità: c’è contraddizione?

Soldi e spiritualità

Si deve o non si deve pagare il maestro in un percorso di crescita personale? 

È stata richiamata la nostra attenzione sul fatto che il buddismo tantrico tibetano sia trasmesso da maestri che vivono di offerte e che gli insegnamenti tantrici non dovrebbero essere retribuiti.
Il Tantrismo non coincide con il buddismo, tibetano o non che sia. Il Tantrismo non coincide neanche con lo Shivaismo del Kahmir, a cui noi facciamo maggior riferimento.
Il Tantrismo precede lo Shivaismo, precede il buddismo, precede l’induismo e precede perfino la civiltà vedica che li ha originati tutti, come dimostrato dai ritrovamenti archeologici di Mohenjo-Daro. Si tratta di una matrice filosofica e spirituale molto arcaica, che non è nata specificamente in Tibet. Una matrice che deriva direttamente dallo sciamanesimo delle origini e che ha influenzato innumerevoli culti e ritualità del complesso religioso indiano e asiatico.
Si può parlare più di “universo tantrico” che di “Tantra”, nella misura in cui, nell’infinita variabilità di nomenclature e specificità, ci siano delle caratteristiche di approccio fondante e pratiche rituali “tantriche”. Una di queste, forse la più rilevante, è che non è necessario e neanche auspicabile, prescindere dalla materia o mortificare la fisicità. Non è necessario né per il praticante, né per il maestro. E questo rientra nella caratteristica ancora più generale: bisogna accogliere e superare tutto: materia, corpo, pensieri e impulsi. Tutto è intrinsecamente puro e sacro e niente è proibito.
Persino oggi ci è difficile metabolizzarne il concetto di fondo: la materialità, le pulsioni più corporee e selvagge possono non solo essere connesse con la spiritualità, ma addirittura essere un fattore decisivo per la riuscita del lavoro su se stessi, finalizzato alla propria crescita spirituale. Un concetto che entra profondamente in collisione con quanto crediamo di sapere sulla religiosità indiana e non solo.
Nelle nostre menti, infatti, lo spiritualismo induista è emblema di rinuncia alla materialità. Una concezione in linea con un condizionamento culturale che, a dispetto di ogni emancipazione e progresso, continua a farci percepire la carnalità e la spiritualità come intrinsecamente contrapposte.
Se il maestro, oggi, decide di vivere di elemosina, significa solo che ha scelto un percorso che prevede di prescindere dalla sussistenza o dal benessere materiale. Un percorso valido come ogni altro, ma non tantrico, proprio perché prevede che spiritualità significhi rinuncia alla materialità, che rappresenta un’affermazione contraria al principio più tantrico di tutti: raggiungere l’illuminazione, in vita, nel mondo, senza prescindere dal mondo.
Una reazione negativa a priori sul fatto di ripagare il maestro per i suoi insegnamenti, garantendogli in tal modo la sicurezza economica per potersi dedicare interamente a questa attività, senza dover rinunciare a vivere una vita piena, è in linea con una visione lecita ma non tantrica della figura del maestro e della crescita personale e spirituale.
Tantrico per eccellenza è proprio il connubiio tra il “pieno godimento” di ogni aspetto di questa vita e una piena crescita spirituale.
Tuttavia, nell’ottica di una piena accettazione tantrica di ogni aspetto della realtà, non abbiamo nulla contro chi ha bisogno di riferirsi al maestro che vive da asceta, di elemosina, seminudo ed in cima alla montagna, e sceglie di conseguenza una figura che incarni questa sua esigenza.
Noi siamo altro. Siamo pienamente immersi in questo mondo: facciamo la spesa, guidiamo automobili, ci vestiamo, ci nutriamo, cresciamo i nostri figli, paghiamo le bollette. E ci dedichiamo alla crescita personale e relazionale, nostra e di chi si affida a noi, non come hobby, ma come unica attività a cui dedicare noi stessi. Non potremmo farlo con la stessa dedizione, attenzione, formazione continua ed efficacia, se non ne ricavassimo di che vivere.
Consigliamo qualche lettura:
“Lo yoga della potenza”, Julius Evola
“Il tantrismo Miti, riti, metafisica”, Jean Varenne, ed. Mediterranee, 2008
“Antica India. Dalle origini al secolo XIII dC”, Marilla Albanese, Edizioni White Star, 2001
E vi proponiamo una storia zen, tratta dal libro: “Star bene in acque torbide” di Ezra Bayda
Uno studente chiese ad un maestro zen di studiare con lui. Il maestro rispose che gli sarebbe costato cinquecento dollari al mese. Lo studente accettò di pagare e studiò duramente per i tre mesi successivi. Ma durante tutto quel tempo si sentiva sempre più irritato finché un giorno, fuori di sé dalla rabbia, disse al maestro:
“Non dovrei pagare per la pratica spirituale. Perché mi fa pagare tanto? Non è affatto giusto e non posso studiare con te a queste condizioni.”
Lasciò il maestro e cercò di studiare da solo. Poco dopo però capì di avere ancora bisogno di una guida, così trovò un altro maestro. Al primo incontro lo studente raccontò di tutto il risentimento provato per aver dovuto pagare il primo maestro, pur avendo praticato intensamente.
Il secondo maestro disse:
“Bene. Puoi praticare con me e vedremo come va. Non dovrai pagarmi. Anzi, anche il pagamento per i ritiri è facoltativo”.
Sentendosi sollevato, lo studente iniziò a studiare con il nuovo maestro. Tuttavia, ben presto notò che non si applicava come prima.
Dopo qualche mese, il maestro lo chiamò e gli disse: “Credo sia meglio che tu non studi più con me”.
Leggermente stupito, lo studente chiese: ” Perché, cosa succede?”.
Il maestro rispose: “Dici che secondo te non si deve pagare per la pratica, eppure il tuo comportamento dimostra che non sei pronto a praticare seriamente se non paghi”.
In che modo questa storia ci aiuta a capire la nostra situazione? È indicativa delle nostre idee sulla relazione tra denaro e meditazione, o tra denaro e spiritualità? Da una parte, molte volte sembra che il denaro e la meditazione, o la pratica di un qualsiasi insegnamento, siano incompatibili; d’altro canto, spesso diamo valore alle cose in proporzione a quanto paghiamo.
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