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Non tutti i solitari sono uguali

Non tutti i solitari sono uguali
I solitari e introversi sono vittima di un grande pregiudizio, soprattutto oltreoceano, dove l’introversione è considerata sempre e comunque un difetto e spesso una vera e propria malattia.
A chi ne è convinto (e sono in molti) anche in Italia, diamo uno stimolo di riflessione quasi banale nella sua semplicità: grandi maestri come Gesù, Buddah o Mosè, hanno avuto bisogno di un deserto attorno a loro per poter concepire le loro grandi idee.
Si sono, cioè, dovuti isolare completamente per contattare il loro sentire ed essere più profondo, la loro parte divina (parlando in termini tantrici) da cui trarre gli insegnamenti da trasmettere.

Non tutti gli introversi e i solitari sono uguali.

Si può essere “di poche parole” per paura di essere giudicati o di non compiacere chi ci ascolta, nascondendo in tal modo delle ferite infantili di abbandono e rifiuto. Oppure si può evitare di esternare i propri bisogni e i propri sentimenti, “fuggendo” da ogni vicinanza emotiva, a causa di una ferita infantile da invasione.
La solitudine può non essere una scelta di piacere ma per placare l’angoscia generata dalla presenza di persone, soprattutto estranee, dalle quali si può temere sia il giudizio che la violazione del proprio spazio personale.
In questi casi l’essere introversi è una barricata che cela la paura che le proprie esigenze, la propria identità, la propria autonomia, non siano prese in considerazione, che siano calpestate, messe da parte.
Perfino il narcisista può apparire introverso (ma non solitario) come scelta per aumentare l’aura di fascino misterioso intorno alla sua persona.
Tutti questi tipi di introversi sono accomunati dalla paura, da una bassa autostima e dallo scarso “sentire”, fino all’insensibilità totale.

Gli “altri” introversi, i “solitari consapevoli”.

Sono quelli che molto spesso sono grandi creativi e visionari, estremamente centrati sui propri pensieri e sulle proprie emozioni, in costante e profondo contatto con la loro parte più intima.
Il loro essere solitari non è una reazione difensiva, ma una scelta consapevole.
Sono quelli che non hanno paura delle altre persone, ma preferiscono luoghi tranquilli, un livello basso di stimoli, soprattutto quando sono impegnati in un processo creativo. Anche nello svago prediligono una compagnia numericamente modesta e poco rumorosa. Sono persone molto sensibili, empatiche, introspettive, riflessive e soprattutto stanno davvero bene da sole, in contatto con il loro “vero sé”.
Non temono la solitudine, anzi, la reputano una grande compagna, che deve essere lasciata solo se davvero ne vale la pena, ad esempio per vivere con un partner che amano.
Per questo, essere scelti da un partner “solitario consapevole” significa essere apprezzati al di sopra della sua adorata solitudine e per lo stesso motivo un “ti amo” da lui pronunciato tende a essere più “pesante” e carico di significato, perché ogni parola, prima di essere verbalizzata, è davvero sentita.
Facilmente accade che il “ti voglio bene” di un partner “solitario consapevole” celi un “ti amo” che non si sente ancora di pronunciare, mentre è assai improbabile che vi dichiari amore eterno se non è davvero convinto del suo sentire.
I “solitari consapevoli” sono delle rarità nel mare degli introversi, ma non inesistenti, così come, nel vasto mondo degli estroversi, non esistono solo persone che non riescono a non condividere – momento per momento – ogni minimo dettaglio del loro vivere e sentire, fino a perdere la capacità di una visione d’insieme, fino ad invadere costantemente gli spazi di chi li circonda.

Scegliere

Dichiararsi introversi non significa, e non deve implicare, avere una comoda “giustificazione” per non comunicare i propri sentimenti, i propri bisogni e le proprie fragilità al partner. Perché una simile rinuncia rende impossibile qualsiasi tipo di relazione appagante e duratura. E perché un vero “solitario consapevole” non ha alcun problema ad aprire il proprio cuore con la persona per cui ha scelto di rinunciare a una parte della sua solitudine, solo che lo fa con poche parole.
Al tempo stesso, amare un partner “solitario consapevole” implica accettare questo aspetto importante del suo essere e rispettarlo profondamente, soprattutto pronunciando nei suoi confronti solo parole sentite e significanti.
L’amore che ti da un solitario
è il più attento che ci possa essere.
Lui ti ama per scelta,

non per compagnia.

C. Bukowski
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