La censura nel terzo millennio
Ebbene, nel terzo millennio abbiamo ancora un problema di censura e sessuofobia.
Anche per il social network dovrebbe valere la Costituzione, che all’articolo 21 stabilisce: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.» Dovrebbe…
Le maglie automatiche degli algoritmi bacchettoni di Facebook censurano in modo spesso ridicolo tutto ciò che ritengono contrario al “decoro”. Sono regole molto restrittive per gli annunci sponsorizzati, dove non ci devono essere contenuti con nudità o attività che alludano alla sfera sessuale.
Perfino le informazioni sessuali devono essere mirate alla prevenzione di malattie e non al piacere. Una vera e propria cacotopia talebana. Se a chi usa Facebook per diletto il “danno” di un post oscurato o un profilo bloccato può portare al massimo a una crisi di rabbia e astinenza, quando si parla di una pagina aziendale c’è un danno economico all’azienda stessa.
Parole come “piacere”, “passione”, “orgasmo”, per non parlare di “pene” e “vagina” fanno scattare la censura, come se l’unico frangente in cui possano essere pronunciate o scritte sia quello del sesso a pagamento. Come se, anche rivolgendosi ad un pubblico maggiorenne, non sia naturale e lecito affrontare i problemi della sessualità maschile e femminile. Come se provare piacere, nel rispetto, nel consenso e nella legalità, tra adulti, non fosse un diritto naturale di ogni essere umano.
Altra considerazione: chi decide qual è l’etica e la morale mondiale nel 2020? Dovrebbero essere le leggi delle singole nazioni a farlo e non un algoritmo censorio.
Il problema è proprio questo: la censura operata da Facebook è prevalentemente frutto di un algoritmo, vale a dire un programma automatico.
La macchina, per quanto sofisticata, non riesce a distinguere un nudo artistico da un’immagine pornografica, una statua da una persona, o perfino un percorso di crescita personale dalla vendita di prestazioni sessuali. È oggettivamente difficile. A contribuire alla censura vi sono anche le segnalazioni degli utenti, ma anche in questo caso è complicato – senza l’intervento umano – valutare una segnalazione autentica da una “interessata”, cioè effettuata per danneggiare ad esempio la concorrenza. C’è una fase in cui si passa dal controllo automatico alla revisione “umana”, ma purtroppo gli operatori hanno pochi secondi a disposizione per decidere, raramente sono di madrelingua e una “maglia stretta” è più garantista (per loro e per Facebook) di una più permissiva. Quindi solitamente si limitano a oscurare tutto, approvando la decisione dell’algoritmo.
Il canale messo a disposizione degli utenti per contestare queste scelte, spiegare le proprie ragioni e difendersi è complicato, lungo e spesso a fondo cieco: non si riesce a parlare con un essere umano e si resta nell’automatismo.
Le conseguenze di tutto ciò sono molto tristi per la libertà di espressione ed informazione, oltre che clamorose e ridicole.
Jerry Saltz, il critico d’arte del New York Magazine, che aveva postato un affresco di Pompei di duemila anni fa, raffigurante una coppia in atto erotico, si è visto sospendere il profilo Facebook per “pornografia”.
Censurata la foto della Venere di Willendorf, statuetta di circa 30mila anni considerata un capolavoro d’arte del Paleolitico, suscitando l’indignazione del Museo di storia naturale di Vienna.
Sono finiti oscurati una serie di post dell’Ente del Turismo delle Fiandre, che cercavano di promuovere le opere d’arte di Pieter Paul Rubens.
Stessa sorte per la Sirenetta di Copenaghen, statua simbolo della capitale danese, e un numero impressionante di foto di opere d’arte nel mondo, utilizzate dai vari musei con finalità promozionali, incluso il museo Gypsoteca di Antonio Canova.
Vittima della censura anche un furibondo Vittorio Sgarbi, che si è visto oscurare quattro fotografie di opere di  Courbet, Giorgion e Canova.
Chiusa definitivamente da facebook la pagina della casa d’aste Maison Bibelot, per aver pubblicato una foto artistica di Luigi Ghirri, ritraente una statua classica in cui si vedono i capezzoli.
All’insegnante francese Frédéric Durand è stato disattivato il profilo Facebook per aver pubblicato la foto del celebre L’origine du monde di Gustave Courbet.
Silvano Vinceti, presidente del Comitato per la valorizzazione dei Beni Storici, Culturali e ambientali si è visto oscurare la foto del disegno “Angelo Incarnato” di Leonardo Da Vinci, ritraente un adolescente ermafrodita.
E non mancano le schizofrenie: censurata la celebre foto della bambina che scappa dai soldati in Vietnam (perché nuda), ma non vengono eliminati i video che mostrano maltrattamenti di bambini, incluso quello clamoroso di un padre che uccide il figlio in Thailandia.
La sessuofobia non riguarda con la stessa severità i rapporti sessuali con gli animali, che non vengono ritenuti né maltrattamento né moralmente riprovevoli.
Non finisce qui. Censurate anche le emoji… come melanzane, banane, pesche… teoricamente solo se riferiti a una “richiesta implicita o indiretta di immagini di nudo, sesso o partner sessuali o conversazioni di chat sessuale”.
Censurata perfino la foto della poetessa indiana Rupi Kaur, un’immagine in cui è di spalle, sdraiata sul letto, completamente vestita, ma si vede la macchia delle mestruazioni sia sul pigiama che sulle lenzuola…  come se il sanguinamento femminile, perfettamente naturale, possa essere “offensivo”.
Ed in questo delirio si inserisce anche il bellissimo cantante e ballerino Jason Derulo, che si è visto oscurare da Instagram (che ha la stessa proprietà di Facebook) una sua foto che lo ritrae mentre ostenta il fisico statuario indossando un costume da bagno nero a pantaloncino, quindi perfettamente coprente, ma troppo aderente. Sicché a ben osservare si notava un certo rigonfiamento, dovuto al suo pene (affettuosamente definito “l’anaconda”) parzialmente eccitato (come spiegava nel post). Tanto è bastato per far scattare l’allarme e la censura per nudità o attività sessuale…
In conclusione: che siano i capezzoli di una statua greca, una virilità troppo esuberante che si intuisce sotto a un pantaloncino o informazioni sulla sessualità, la censura di Facebook porta indiscutibilmente indietro la civiltà occidentale di secoli, a quando il sesso era considerato una sporca e peccaminosa faccenda di cui non si doveva parlare e nell’espletare la quale non era lecito provare alcun piacere.
La censura qualunque essa sia, mi sembra una mostruosità, una cosa peggiore dell’omicidio: l’attentato al pensiero è un crimine di lesa-anima.
(Gustave Flaubert)

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